Recensione: Alchimia – Musa (2017)

Cari lettori e lettrici di Culto Underground, vecchi e nuovi che siate: un benvenuto dal vostro fedele scribacchino Metallo! Ogni settimana vi accompagniamo nelle oscure viscere della scena underground, sia essa legata all’arte visiva, musicale, videoludica o letteraria, e cerchiamo di portare alla luce le migliori opere spesso poco conosciute uscite negli ultimi tempi oppure vecchi titoli di culto a cui il tempo ha dato ignominiosa oscurità. Quest’oggi in particolare intendiamo occuparci di Musa, l’opera prima della one-man band Alchimia del partenopeo Emanuele Tito, che propone un gothic metal ricco di influenze sia esoteriche che musicali che pone le sue radici nel folklore mediterraneo, nella darkwave e nel post-rock più atmosferico. Accompagnato da musicisti d’eccezione, il progetto di Tito cerca ambiziosamente di mantenere l’equilibrio tra atmosfera e aggressione, tra eleganza compositiva e le sonorità potenti del metal senza dimenticare le lezioni assimilate dalle band alle quali l’artista partenopeo inevitabilmente si ispira. Sarà riuscito il giovane musicista a confezionare un prodotto di tutto rispetto o, come un novello Atlante, è rimasto schiacciato dalle sue ambizioni? Andiamo a scoprirlo!

L’ARTISTA

(© Nunzia Passaro)

Compositore, chitarrista e vocalist dietro ad Alchimia, Emanuele Tito nasce a Vico Equense (NA) nel 1993 e si forma musicalmente negli anni suonando con varie band prevalentemente cover nei locali di Sorrento. Pochi anni dopo inizierà a comporre i suoi primi brani, fino a fondare il progetto solista Shape nel 2012 ed in seguito, nel 2015, Alchimia, un progetto parallelo. Il suo primo lavoro con quest’ultimo progetto, Musa, viene pubblicato da Buil2Kill Records/Nadir Music il 21 aprile 2017 in Italia e il 5 maggio nel resto del mondo e lo vede accompagnato da turnisti d’eccezione come David Folchitto (Stormlord, Prophilax, Novembre, Scuorn) alla batteria, Fabio Fraschini (Novembre, Arctic Plateau) al basso e le “ghost guitars” di Gianluca Divirgilio (Arctic Plateau).

L’ALBUM

Leggendo i componenti dietro a questo album e la descrizione data nell’introduzione, se siete ferrati nella scena metal italiana potreste accomunare come sonorità ad Alchimia i Novembre, influenti progenitori della scena embrionale death/doom italiana a cui hanno guardato negli anni band di caratura internazionale come Opeth e Katatonia. Non sbagliereste: in tutto il lavoro, dalle chitarre in equilibrio tra folklore acustico e riff melodici doom al cantato pulito inframmezzato qua e là dal growl, si sente la lezione della band romana, specie di quella del periodo più recente tra Materia ed URSA. Questo non deve però far pensare che Alchimia si limiti ad essere una copia della proposta musicale ultraventennale di Carmelo Orlando e soci, dato che Emanuele Tito riesce a mescolare al suo interno anche sonorità derivanti da altre band della scena mediterranea e non solo. Nei momenti più leggeri ed atmosferici si sente il post-rock intinto di alternative dei Klimt 1918 oppure le melodie metal intinte di folk degli Amorphis o dei Moonspell; i riff più possenti invece hanno l’impronta doom dei The Foreshadowing mentre una canzone in particolare (Exurge et Vive) ricorda a tratti i Rotting Christ di Theogonia ed AEALO.
L’aspetto compositivo e strumentale è affrontato con estremo gusto ed eleganza e mostra la capacità di Tito di far coesistere l’aspetto folk e metal del progetto senza che uno si ponga in preminenza sull’altro e porti a inutili dilungamenti che danneggiano il flusso dell’album; per ogni sezione acustica c’è di risposta una parte più aggressiva e potente dove Folchitto e Fraschini possono dare la giusta dose di cavernosa profondità al sound, per ogni parte dove il doom melodico fa da padrone ci sono altre (come in Leaves) dove i cambi di tempo e ritmo permettono di mettere in mostra la propria capacità tecnica dello strumento senza strafare.
Non sorprende dunque che i 47 minuti dell’album scorrano rapidamente, immersi nei paesaggi eterei e nebulosi creati dagli strumenti e dalla voce di Tito, che con le sue riuscite melodie vocali ed i potenti growl incornicia con successo le composizioni portate innanzi dagli strumenti. Eccetto per l’opener Orizzonte e My Own Sea (Fading) ogni traccia dura tra i 4 ed i 5 minuti senza trattenersi oltre il limite tipico dell’attenzione e mantenendo alta la varietà e la ricchezza di contenuti, tanto che persino l’intermezzo acustico Whisper of the Land nell’ottica complessiva del disco è un momento riuscito che, posizionato a metà disco, da’ respiro e contribuisce al flusso delle tracce. Aggiungendo alla qualità compositiva e strumentale  il buon lavoro di mixaggio e masterizzazione effettuato dagli stessi Fraschini e Divirgilio presso lo studio PlayRec di Roma, il prodotto finale non può che mettere a tacere eventuali critiche riguardo ad una proposta sonora magari non estremamente originale ma sicuramente portata avanti con gusto, impegno e grande creatività.

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FACEBOOK: https://www.facebook.com/alchimia0/

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Fin da bambino Alex Baldassi è stato guidato da una insaziabile curiosità verso l'arte e la cultura. Adora immergersi nel profondo mare della scena artistica underground e riportare in superficie le migliori perle recenti ed i classici ingiustamente dimenticati, così come girare per i mercatini dell'antiquariato e scandagliare i negozietti alla ricerca di piccoli tesori nascosti qua e là. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne all'Università di Udine sta continuando gli studi in Giornalismo a Siena, collaborando nel frattempo alla webzine "Culto Underground" del suo amico Sagana dove si diletta a scrivere di musica, fumetti, film e videogiochi.
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