Recensione: La Cité Des Enfants Perdus (1995)

 

Voto: 8/10

 

Una oscura e surreale fiaba dal sapore steampunk dagli autori Jeunet & Caro (“Amelie”, “Delicatessen”)

Per quanto poco noto dai più, i paesi francofoni hanno spesso offerto in forme d’arte quali letteratura, il cinema ed i fumetti (o “Bande- dessinée” che dir si voglia) una visione molto originale della fantascienza. Autori quali Jules Verne (il padre putativo del genere) ed il cileno naturalizzato francese Alejandro Jodorowsky, disegnatori di fama mondiale quali Jean “Moebius” Giraud (“L’Incal”, “Arzach”), Enki Bilal (“Nikopol”, “Immortal ad Vitam”) e Benoît Sokal (noto ai videogiocatori per aver ideato la serie di avventure grafiche “Syberia”) hanno saputo spesso colpire l’immaginazione dei lettori di tutto il mondo grazie ad un equilibrio tra contenuti talvolta complessi ed innovativi e rappresentazioni di un futuro più o meno lontano dalla grande potenza visiva, talvolta molto surreali ed oniriche.
Nel cinema invece come ottime rappresentanti del genere ci sono due pellicole dei registi francesi Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro: “Delicatessen”, una commedia nera di ambientazione post-apocalittica del 1991 particolarmente apprezzata dalla critica ma senza divenire un successo commerciale, ed il film oggetto di questa recensione, “La Cité Des Enfants Perdus” (noto da noi come “La Città Perduta”), altrettanto ben accolto dalla critica ma ingiustamente quasi dimenticato in Italia, nonostante la qualità di attori, musiche, regia ed ambientazioni. Un’opera che nell’estetica e negli effetti speciali precorre i tempi e di cui ritengo sia giusto cantare le lodi per evitare che affondi definitivamente nell’oblio in cui è ingiustamente immersa.

 

 

Gli Autori:

Jean-Pierre Jeunet nasce nel 1953 a Roanne, nella Loira e coltiva fin da ragazzo il sogno di diventare regista. Comprata a 17 anni la prima telecamera 8mm, inizia a lavorare sui suoi primi lavori di pubblicitario e regista di video musicali ed a studiare animazione. Conosce nel ’74 al Festival d’Annency Marc Caro, un giovane fumettista e regista parigino con cui inizia subito a collaborare. La prima opera dei due è il cortometraggio “L’evasion” del ’78, seguito da “Le manege” due anni dopo. Quest’ultimo consentirà ai due di vincere il premio César per miglior corto ed assicurare ai due i fondi per il lavoro successivo “Le bunker de la dernière rafale”(1981), un live-action fantascientifico paranoico e visualmente delirante. Due brevi pellicole ed un premio Cesàr dopo, Jeunet unisce nuovamente le forze con Caro per il loro primo vero lungometraggio: “Delicatessen del 1991, che si rivela un vero e proprio successo di critica con ben 4 premi Cesàr tra cui uno per “Migliori Registi Esordienti” e per “Migliore Sceneggiatura” tanto da raccogliere recensioni entusiastiche persino oltreoceano. Questo inaspettata approvazione spinge allora i due a completare il progetto a cui lavoravano da ormai dieci anni e che vedrà finalmente la luce nel 1995, “La Cité Des Enfants Perdus”, il quale porterà Jeunet sulla scena internazionale (nonostante le critiche riguardo all’atmosfera troppo dark della pellicola pur essendo pensata inizialmente per i bambini): dirigerà prima nel 1997 “Alien: La Clonazione” e poi nel 2001, sempre con Caro, firmerà il loro più celebre capolavoro, il celeberrimo ed osannato “Il Favoloso Mondo di Amelié”, il film francese dal successo al botteghino più grande di sempre.

 

La Pellicola:

 

Il lungometraggio si apre con una scena decisamente surreale: in una stanza dall’atmosfera natalizia un bambino vede scendere dal camino Babbo Natale per portare i doni. La sorpresa del piccolo si trasforma in breve tempo in terrore quando vede entrare numerosi altri Santa Claus dagli atteggiamenti via via sempre più inquietanti finché finalmente si sveglia dal terribile incubo. Il narratore (che scopriamo subito essere Irvin, un cervello conservato in una vasca e collegato ad un macchinario) ci presenta Krank (Daniel Emilfork), un concentrato di intelligenza creato in provetta da uno scienziato scomparso ma per un “incantesimo della fatina genetica” incapace di sognare: questa mancanza porta ad un invecchiamento precoce dell’uomo che cerca ad ogni costo una soluzione. Dal suo laboratorio situato in una piattaforma in mezzo al mare con l’aiuto della sua altrettanto sfortunata “famiglia” (Martha, anch’essa creata dallo scienziato ma affetta da nanismo ed i sei pavidi e sciocchi “fratelli” cloni, interpretati da Dominique Pinon) cerca inutilmente di ottenere dei sogni cercando con dei macchinari di sua invenzione di sottrarli da poveri bambini rapiti, fallendo costantemente. La storia si sposta in una innominata città portuale nella quale sono avvenute le misteriosi scomparse dove veniamo a conoscenza di One (Ron Perlman), un ex-cacciatore di balene ora attrazione circense dalla forza prodigiosa, e del suo fratellino adottivo Denree; il piccolo viene rapito dai Ciclopi, un malvagio gruppo religioso che sostituisce i propri occhi ed orecchi con innesti meccanici (una chicca: tra le loro fila c’è François Hadji-Lazaro, che interpreta Gnaghi in “Dellamorte Dellamore”) quindi One si ritrova costretto ad una ricerca spasmodica per scoprire il covo dei rapitori. Nel suo viaggio nei bassifondi della città incontra Miette (Judith Vittet), un membro della banda di giovani ladri orfani controllati dalle gemelle siamesi conosciute come “La Piovra”, proprietarie dell’istituto che li ospita, la quale si affeziona alla storia dell’uomo disperato e decide di accompagnarlo nelle mille peripezie che lo porteranno ad incontrare personaggi unici (e pericolosi) nella speranza che per il piccolo non sia troppo tardi…

 

Sotto il profilo visivo la pellicola è decisamente impressionante: il design ideato da Caro e Jean Rabasse anticipa quello che avrebbe avuto successo come “Steampunk” negli anni successivi e con l’aiuto dell’editor Darius Khondij e degli abiti ideati da Jean-Paul Gaultier riesce a creare un mondo dove tutto, dalla tecnologia dei Ciclopi e di Krank all’architettura, è ad un tempo familiare e sconosciuta, in maniera simile allo stato pseudofuturistico di Brazil immaginato da Terry Gilliam, un’innegabile influenza degli autori. La cittadina portuale, grazie anche all’utilizzo di palette particolari durante la ripresa ed effetti speciali innovativi creati per l’occasione al computer, appare oscura, decadente ed esagerata nei suoi labirinti di passerelle, canali verdognoli e ponti metallici, un mix tra la Londra industriale vittoriana e una versione alternativa di Venezia: inutile dire che le riuscite panoramiche in alcune scene scatenano la fantasia dello spettatore alla vista di una città così surreale nell’estetica ma credibile e ricca di vita (un po’ come la Dunwall del videogioco Dishonored dei connazionali Arkane Studios o la Rapture creata da Irrational Games in Bioshock, le quali in alcuni dettagli di design potrebbero a mio parere essere ispirate dalla pellicola). Jeunet mostra di essere la sua bravura dietro la cinepresa utilizzando inquadrature talvolta fuori dagli schemi come zoom su dettagli minuscoli o angolazioni poco ortodosse così da tenere sempre alta l’attenzione di chi guarda e dare l’idea di un piccolo universo dove i fili dei destini dei protagonisti subiscono l’influenza anche da piccole cose, quasi fosse una intricatissima macchina di Rube-Goldberg di cui non si conosce l’esito finale. Le musiche composte in maniera superba da Angelo Badalamenti (fedele collaboratore di David Lynch) accompagnano sempre con eleganza sia i momenti più struggenti che quelli più comici della vicenda e le interpretazioni eccezionali di Ron Perlman, Judith Vittet, Dominique Pinon e Daniel Emilfork non fanno altro che aggiungere valore al film. In particolare è interessante vedere come la grande mimica e la capacità recitativa di Perlman (che, è bene notare, all’epoca non conosceva il francese ma imparò comunque alla perfezione ogni battuta) e la grande maturità di Vittet riescono a rendere interessante il rapporto di affetto che nasce tra One, l’adulto sempliciotto ed infantile, e Miette, intelligente ed indurita dalla vita di strada: la ragazzina vedrà con il tempo nella purezza e bontà di cuore dell’ex-marinaio una persona con cui ricominciare ad aprirsi e a cercare il calore di una famiglia mentre il primo, trovata una persona affettuosa che possa completarlo, avrà un nuovo motivo per vivere.

 

Conclusioni:

Il film è un sostanziale successo: per quanto partano da basi già poste dalla cinematografia precedente Jeunet & Mero riescono (senza inventare nulla) a creare una piccola perla di stile che però sa raccontare una bella storia che per quanto non troppo complessa risulta fresca e sa come appassionare. Per quanto non sia esattamente un film per famiglie come ci si potrebbe aspettare, la sua aura dark e fantastica potrebbe interessare i fan di Terry Gilliam, Tim Burton o Guillermo Del Toro, i quali non dovrebbero lasciarsi sfuggire l’occasione di passare 2 ore a base di divertimento di qualità come questo. Purtroppo un esperimento del genere temo non avrà mai un seguito visto il suo insuccesso al botteghino: a chi ne volesse di più posso solo consigliare di riesumare la loro Playstation e giocare alla discreta avventura grafica tratta dal film e prodotta dalla francese Psygnosis . Preparate la valigia e la tela cerata impermeabile: la città perduta vi attende!

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Fin da bambino Alex Baldassi è stato guidato da una insaziabile curiosità verso l'arte e la cultura. Adora immergersi nel profondo mare della scena artistica underground e riportare in superficie le migliori perle recenti ed i classici ingiustamente dimenticati, così come girare per i mercatini dell'antiquariato e scandagliare i negozietti alla ricerca di piccoli tesori nascosti qua e là. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne all'Università di Udine sta continuando gli studi in Giornalismo a Siena, collaborando nel frattempo alla webzine "Culto Underground" del suo amico Sagana dove si diletta a scrivere di musica, fumetti, film e videogiochi.
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