Recensione: Cormorant – Metazoa

 

9,5/10

Per un artista è spesso molto difficile scegliere se seguire la propria vena artistica, prendendo decisioni controcorrente e rischiose pur di presentare un prodotto artistico che sia in tutto e per tutto fedele alla propria visione, oppure gettarsi in una spasmodica ricerca del successo (magari tramite un contratto con qualche etichetta di spessore che sappia dare la giusta spinta), rischiando magari di “annacquare” la propria opera pur di renderla immediata al grande pubblico. Per il quartetto californiano dei Cormorant la scelta non è mai stata messa in discussione: scegliendo volutamente la via dell’indipendenza e dell’auto-produzione (la band ritiene infatti che i contratti discografici odierni spesso portino a più limitazioni ed obblighi che ad effettivi vantaggi) per offrire un’esperienza senza compromessi hanno dimostrato fin dall’uscita del loro album di debutto “Metazoa” che con la qualità tecnico-compositiva, una presentazione grafica del prodotto di prim’ordine ed il duro lavoro si può comunque lasciare il segno e crearsi un moderato successo nell’underground, tanto da finire tra i migliori dischi dell’anno di molti siti e riviste del settore.

LA BAND

E’ il 2004 quando il bassista Arthur Von Nagel, appena maggiorenne, incontra tramite un amico comune Mike Bordin, batterista di Faith No More, Ozzy Osbourne e Jerry Cantrell. Per il giovane musicista è un momento artisticamente frustrante: suonando nella band post-thrash Natural Selection Agency con l’amico batterista Brennan Kunkel i due vorrebbero inserire influenze folk e progressive (come in band quali Solefald, Ulver, Agalloch, In the Woods… ed Enslaved, da loro molto apprezzate) nella musica del gruppo ma le loro richieste non vengono prese in considerazione dagli altri componenti. E’ un’esperienza illuminante per il giovane: reso partecipe della situazione, Bordin gli consiglia di non farsi limitare da chicchessia, a costo anche di ricominciare da capo con una nuova band. Von Nagel non se lo fa ripetere e, lasciata la vecchia band, inizia subito con Kunkel a porre le basi di quelli che sarebbero diventati i Cormorant . Trovato un ottimo chitarrista in Nick Cohon, un vecchio amico di Kunkel, nel giro di un anno il trio prepara un EP di cinque tracce registrato in una settimana, “The Last Tree”, che esce nel 2007 e lascia già intravedere alcuni elementi di sperimentazione sonora e strutturale che troveranno compimento nel loro disco di debutto. Distribuendo demo ad uno show degli Enslaved incontrano il chitarrista Matt Solis che, interessato subito al progetto decide di contribuire con la sua tecnica chitarristica progressive ed il cantato pulito alla preparazione dei pezzi che andranno a formare l’album uscito 2 anni dopo, “Metazoa” appunto.

IL DISCO

Se siete arrivati fino a questo punto forse vi siete già fatti un’idea del disco: Metazoa (un termine utilizzato per indicare il mondo degli animali pluricellulari) è un riuscito mix di folk e progressive black metal, con varie influenze che vanno da melodie molto New Wave of British Heavy Metal (!) a stacchi jazz e d’atmosfera, passando per parti doom e l’utilizzo di violini e violoncelli, il tutto unito dalle variopinte parti vocali di Von Nagel, capace tanto di un growl poderoso quanto di un malinconico ed emozionale cantato pulito. Immagino che molti possano pensare che da queste premesse l’album sia condannato ad essere un “frullato” di stili senza troppa sostanza e senz’anima ma sorprendentemente così non è: il quartetto riesce a rendere tutti i passaggi estremamente fluidi, le transizioni sono perfettamente integrate tra loro e nonostante la durata di 74 minuti totali quasi non si nota il passare del tempo tanto si è trasportati dalla musica, un risultato non indifferente. Dopo un breve introduzione acustica la band parte in maniera decisa con “Scavengers’ Feast”, un pezzo ricco di riff e melodie con vaghe influenze folk che non disdegna di rallentare per creare un’atmosfera quasi “jazz” a metà del brano prima di ripartire più aggressivo di prima, un notevole mix di tecnica e brutalità che si mantiene comunque orecchiabile e per nulla macchinoso. Il mixaggio e la produzione molto calda ed organica effettuata dall’abile Billy Anderson (che ha lavorato tra gli altri con artisti del calibro di Neurosis e Sleep), pur avendo qualche difetto in pulizia, mostra tutta la bravura dei musicisti e soprattutto di Arthur, che con il suo basso a 6 corde costruito appositamente dal suocero Greg Nelson (!), ispirato da Sean Malone ed i Fleurety crea linee melodiche e tecniche, attente più ad accompagnare con gusto le chitarre che a mettersi in mostra. I testi scritti interamente da Von Nagel sono composti con mano abile utilizzando anche metri poetici più inusuali per dare particolare enfasi al ritmo dei versi e variano molto nelle tematiche: si va dalla descrizione storica del Regno del Terrore nella Francia di fine ‘700 di “Uneasy Lies the Head” e della rivolta schiavile di Nat Turner nella Virgina del 1831 di “Blood on The Cornfield” al mistico surrealismo di “Sky Burial” e “Hole in The Sea”, scritta durante un’insonne viaggio sull’oceano di ritorno dall’Europa e cantata con Aaron Gregory dei conterranei Giant Squid. In mezzo a tutti questi capolavori svettano i due pezzi migliori dell’album (a mio parere): “Hanging Gardens”, un pezzo dalla splendida introduzione sognante e dal testo simile ad una fiaba che con il passare dei minuti diviene sempre più oscura e dissonante nei suoni, che rappresenta in musica la lettera che il padre di Arthur aveva deciso di lasciare prima di suicidarsi, e “The Emigrant’s Wake”, un malinconico soliloquio sull’immaginazione e il piacere della scoperta infantile persi con un’età adulta fatta di sofferenza e povertà. La composizione dei brani è precisa, nulla sembra lasciato al caso: gli assoli di chitarra sono tecnici, ricchi di melodia ma non indulgono in passaggi inutilmente elaborati, la batteria passa da groove più semplici a violente cavalcate in un batter d’occhio ma senza mai strafare. La giovane età dei componenti non si nota neppure, tutto trasuda una grande maturità e visione artistica. Una nota di merito va anche per la straordinaria copertina realizzata da Julie Dillon, che avvolge i tre pannelli del digipack come un guanto e rende in maniera grafica, con i suoi numerosi e minuziosissimi dettagli ispirati dai testi dell’album, l’atmosfera generale del disco. Un lavoro eccellente, specie per chi come me ha un occhio di riguardo per l’argomento!

CONCLUSIONI

Inutile dire che questo disco è uno dei dischi che mi hanno colpito di più in assoluto negli ultimi anni, un lavoro di qualità pregevole ed accessibile a molti palati musicali. Lodevole inoltre l’attitudine Do-It-Yourself della band pur di non essere limitata nelle sua arte da etichette e produttori senza scrupoli, tanto che più che volentieri ho speso i 20 euro per il disco, vedendomi arrivare assieme ad esso una splendida t-shirt e stickers della band. Che si può chiedere di più? Un vero peccato a mio parere che Arthur Von Nagel abbia deciso di lasciare la band nel 2012 dopo il secondo ottimo disco “Dwellings” per lavorare alla software house TellTale Games ma i Cormorant hanno comunque qualità da vendere ed il disco del 2014 “Earth Diver” non fa che confermarlo. Se la recensione vi ha incuriositi e volete dare una possibilità alla band cosa aspettate? Andate sul loro Bandcamp ad ordinare un disco, in fretta perché finiscono subito! E ricordate di finanziare sempre le piccole band meritevoli di successo: l’underground ha bisogno anche di voi!