Recensione: Enslaved – Odyssey to the West (2010)

Un bentornato a tutti i lettori vecchi e nuovi sulle pagine virtuali di Culto Underground da parte del vostro fidato scribacchino Metallo, il quale vi accompagnerà quest’oggi in questa Recensione della Settimana! Si può dire che fin dalla loro infanzia i videogiochi ed il cinema abbiano spesso viaggiato di pari passo, spesso prendendo elementi e design gli uni dagli altri. Se ad esempio la Disney prese ispirazione da cabinati arcade ed estetica videogame per la creazione del suo innovativo Tron nel 1982, i giochi elettronici negli anni presero sempre più elementi cinematici, con trame, grafiche e meccaniche sempre più ricercate che facessero sembrare il tutto sempre più simile ad un blockbuster hollywoodiano e meno un “volgare intrattenimento da ragazzini”. Dal primo immortale Prince of Persia (1989) ed i suoi vari epigoni Another World e Flashback si è arrivati a raffinati titoli recenti come Limbo ed Inside ed a giochi d’azione graficamente così splendidi e con trame così efficaci da rendere il confine tra gioco e film interattivo davvero risibile (Uncharted, The Last of Us, The Order – 1886). Tra gli sviluppatori di quest’ultimo “sottogenere” spiccano i britannici Ninja Theory, messosi in luce nel 2007 con la loro seconda opera Heavenly Sword, una versione asiatica e stilosissima dell’action game a la God of War, e nel 2013 con lo sfortunato reboot della saga di Devil May Cry. Ma la cura nella creazione di mondi esteticamente impeccabili, con colonne sonore spettacolari ed una grande attenzione ai dettagli non ha spesso impedito ai prodotti Ninja Theory di raccogliere poco in termini di successo di vendite, accusati talvolta di essere tutta immagine e poca sostanza nonostante le parole di stima dalla critica di settore. Uno dei loro titoli in particolari è stato in larga parte ingiustamente dimenticato, ed è proprio per questo che ne parleremo, ed è stato capace di mettere insieme ispirazioni letterarie con la fantascienza post-apocalittica ed un gameplay che grazie alla sua varietà di situazioni può fare felice un’ampia varietà di giocatori: questo videogioco è Enslaved – Oddyssey to the West.

IL TITOLO

Basato sul celebre romanzo classico cinese “Viaggio in Occidente (un’opera che ha ispirato tra gli altri DragonBall, Saiyuki e Saiyukiden), Enslaved raccolta la vicenda dell’atletico e selvaggio vagabondo Monkey, prigioniero di una nave volante sotto il controllo di mech in un futuro post-apocalittico dove le intelligenze artificiali sotto il controllo del misterioso Pyramid hanno conquistato la Terra e le piccole sacche di umanità libera vivono nascoste in località remote del pianeta. Liberato suo malgrado da una misteriosa ed intraprendente ragazza chiamata Tripitaka, si ritrova sotto il di lei controllo a causa di una particolare fascetta esplosiva che lei gli ha messo in testa mentre era in stato di incoscienza e costretto ad accompagnarla nel suo lungo viaggio, prima attraverso una New York semidistrutta e poi attraverso le praterie statunitensi, verso il suo villaggio. Inutile dire che Trip sa molto di più di quello che sembra e che il loro viaggio sarà funestato da numerosi agguati da parte dei robot di Pyramid, che intende fermarli ad ogni costo.

Fin dai primi momenti di gioco i Ninja Theory sanno come creare un’atmosfera cinematografica e pongono moltissima attenzione alla creazione di un mondo dettagliato e spettacolare, creando enormi setpieces ricchi di colore che trasudano carattere e stile (non aderendo ad esempio al grigiore di titoli post-industriali come Fallout o S.T.A.L.K.E.R) e dando particolare attenzione all’aspetto ed alla personalità dei due protagonisti della vicenda. Ad animare e dare la voce all’espressivo e per nulla bidimensionale Monkey è infatti il grande attore ed esperto di motion-capture Andy Serkis (il Gollum de Il Signore degli Anelli ed il Caesar de Il Pianeta delle Scimmie) mentre l’astuta Trip è interpretata dall’incantevole Lindsey Shaw (Pretty Little Liars, Ten Things I Hate about You) e l’ armonia tra i due attori è perfetta a delineare il rapporto sempre più profondo e complesso tra i due personaggi principali; in nessun momento Trip risulta un “peso morto” per il giocatore (I’m looking at you Ashley Graham!) ed anzi risulta spesso un personaggio utilissimo grazie alle sue capacità ed alla sua perspicacia, oltre ad essere, con la sua profondità di carattere e le sue motivazioni, uno degli elementi più importanti per la riuscita della vicenda. Ad occuparsi della trama invece è Alex Garland, scrittore celebre tra le altre cose per The Beach, 28 Giorni Dopo, Dredd ed Ex Machina, che delinea una vicenda ricca di colpi di scena ed emozionante quando necessario, che sa rapire e potrebbe intrigare anche coloro che non hanno interesse verso i videogiochi in se’ ma sanno apprezzare un buon racconto.

Come già anticipato graficamente il gioco regge benissimo anche dopo quasi 7 anni, presentando un mondo dove la natura ha ripreso il sopravvento con i suoi colori e la sua flora lussureggiante e dove in ogni angolo possono nascondersi pericolosi robot dalla foggia e dalle caratteristiche tra le più disparate, tutti animati e progettati con grande gusto. Nelle sezioni platform dove Monkey si ritrova ad arrampicarsi su grattacieli ormai ridotti a scheletri, su piattaforme meccaniche di fabbriche ormai in disuso o su resti di mastodontici robot il gioco crea dei paesaggi davvero spettacolari che possono sorprendere anche i videogiocatori più smaliziati. Anche le musiche hanno avuto la stessa attenzione dell’aspetto visivo, con musiche che mischiano sinfonie orientaleggianti, cori epici e musica elettronica composte con maestria da Nitin Sawhney ad accompagnare con grazia sia l’azione più frenetica che le parti più atmosferiche.

Il gameplay prende invece ispirazioni da titoli quali ICO, Arkham Asylum ed Assassin’s Creed: in alcune sezioni bisogna accompagnare Trip in luoghi per lei irraggiungibili fisicamente o sfruttare la sua tecnologia per passare oltre ad agguerrite guardie robotiche in sezioni blandamente stealth; in altre il combattimento la fa da padrone e dobbiamo difenderla dai feroci robot con un sistema semplice ma acrobatico di combattimento basato su combinazioni di due tasti con il bastone tecnologico di Monkey, oltre ad un sistema di contrattacchi basati sulla tempistica e la possibilità di sparare proiettili a lunga distanza per stordire o disattivare lo scudo degli avversari cibernetici; in altre ancora invece Monkey può muoversi da solo in sezioni di piattaforme molto semplificate in cui basta seguire il percorso delineato da appigli “luminosi” e premere un tasto seguendo la tempistica dei balzi oppure muoversi agilmente attraverso i livelli sopra la sua “nuvola”-skateboard levitante. Il giocatore può decidere inoltre di potenziare le caratteristiche fisiche ed i mezzi di offesa del protagonista raccogliendo dei “globi di tecnologia” in giro per i livelli ma la loro quantità è tale da poterlo potenziare senza troppi problemi in ogni caratteristica (ed alcuni potenziamenti possono davvero abbassare di molto la difficoltà generale del gioco)

Questo gameplay è indubbiamente improntato allo spettacolo visivo ed alla gratificazione anche di coloro che non hanno magari molta confidenza con il controller ma si nota come l’impronta cinematografica del gioco possa averne semplificato molto alcuni aspetti rendendoli praticamente quasi dei semplici puzzles senza una vera difficoltà. Morire nelle sezioni platform è molto difficile ad esempio visti i limiti di movimento imposti a Monkey, ed è praticamente solo nei combattimenti dove il livello di sfida può essere tale, specie nei riusciti combattimenti con i boss meccanici del gioco. A mettere i bastoni tra le ruote ai giocatori sono piuttosto la telecamera mal posizionata nei combattimenti, i numerosi bug grafici e glitches che, per quanto piccoli e mai realmente importanti in quanto a gravità, infestano tutto il gioco anche nella sua versione migliorata per PC uscita nel 2013 e dei comandi talvolta poco responsivi che possono mettere in difficoltà nei momenti meno opportuni.

Un altro difetto del titolo Ninja Theory è la sua brevità generale: la campagna principale, anche esplorando ogni anfratto della mappa e dando il giusto tempo per gustarsi i bei video di intermezzo, dura dalle 8 alle 10 ore e presenta un finale così rapido nella sua esecuzione e così volutamente poco chiaro da dare l’idea che gli sviluppatori abbiano dovuto tagliare qualcosa per motivi di tempo o budget, un vero peccato a mio parere. Anche aggiungendo il riuscito e dolceamaro DLC “Pigsy’s Perfect 10, dedicato al personaggio omonimo ed improntato più sullo stealth e le sezioni sparatutto in terza persona, la durata va poco oltre le 13/15 ore ma per il prezzo di vendita che il titolo ha ora su Steam e la durata di molti giochi moderni forse questo non turberà più di tanto molti giocatori.

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Fin da bambino Alex Baldassi è stato guidato da una insaziabile curiosità verso l'arte e la cultura. Adora immergersi nel profondo mare della scena artistica underground e riportare in superficie le migliori perle recenti ed i classici ingiustamente dimenticati, così come girare per i mercatini dell'antiquariato e scandagliare i negozietti alla ricerca di piccoli tesori nascosti qua e là. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne all'Università di Udine sta continuando gli studi in Giornalismo a Siena, collaborando nel frattempo alla webzine "Culto Underground" del suo amico Sagana dove si diletta a scrivere di musica, fumetti, film e videogiochi.
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