Recensione: À l’aube Fluorescente – Taking My Youth (2015)

Un bentornato ai nostri lettori che ci seguono, qui è Metallo che vi scrive e vi accoglie nella nuova recensione settimanale di Culto Underground! In questa occasione tratteremo il disco di esordio del quartetto abruzzese dei À l’aube Fluorescente intitolato Taking My Youth, un lavoro che unisce l’alternative rock e l’atmosfera di certo post-punk insieme a melodie ed armonie influenzate dalla shoegaze dell’inizio degli anni ’90. Dosare con maestria le varie componenti del sound se si cerca un approccio così atmosferico alla propria musica è assolutamente necessario per evitare di rendere il tutto troppo annacquato ed indefinito oppure all’opposto troppo arido e povero del necessario fascino. Siete curiosi di sapere come è andata ad i nostri amici abruzzesi? Continuate a leggere e lo scoprirete!

LA BAND

Assolutamente necessaria appare una presentazione del giovane gruppo di cui ci apprestiamo a parlare: gli À l’aube Fluorescente nascono alla fine del 2012 e la lineup comprende il bassista/vocalist Jacopo Santilli, i due chitarristi Paride Sticca e Francesco Barnabei ed il batterista Alberto Spicciolato. I quattro non perdono tempo e nel maggio dell’anno seguente entrano nell’Acme Recording Studio per registrare il loro primo EP “Soar” assieme al produttore artistico e ingegnere del suono Davide Rosati. Le registrazioni non saranno mai pubblicate ma attirano l’interesse di molti addetti ai lavori, in particolare dell’etichetta Overdub Recordings, nata dalla necessità della Worm Hole Death di allargare i suoi orizzonti musicali, la quale propone un contratto al quartetto. Seguono per gli ÀlaF numerosi concerti in tutta la penisola, compreso il festival “Voci dal Sud Music Festival” dove aprono per la cantante MEG; il 28 aprile 2014 entrano in studio per registrare nuovamente con Davide Rosati il loro album di debutto “Taking My Youth”, il quale verrà pubblicato il 30 marzo 2015 dalla Overdub Recordings.

IL DISCO

La copertina di un LP spesso è capace di presentare quest’ultimo tanto quanto la musica stessa. Lo skyline urbano che si staglia su un cielo arancione nella copertina di “Taking My Youth” così come le immagini all’interno del booklet fanno contemporaneamente pensare a qualcosa di estivo, sognante e ricco di sentimento ma allo stesso tempo le poche figure umane sfocate presenti ispirano malinconia e nostalgia, come fossero provenienti da un passato di cui vive solo il ricordo. Questo caleidoscopio di emozioni si sprigiona nell’album allo stesso modo di classici dell’alternative anni ’90 come “Just for a Day” degli Slowdive (la cui copertina ha molte similitudini nel colore con quella dei ÀlaF) o il capolavoro dei CureDisintegration”: chitarre immerse nel riverbero che rilasciano nell’aria melodie come fossero profumo si mischiano a parti vocali ricche di armonie ed emozione, un basso in sottofondo di piena ispirazione post-punk che guida la composizione ed una batteria semplice ma ricca di brio dove necessario. Altre band a cui si potrebbe accomunare il feeling generale degli ÀlaF sono i romani Klimt 1918 di “Just in Case We’ll Never Meet Again”, gli A Perfect Circle di Maynard James Keenan, i Katatonia dell’ultimo periodo più vicino al rock alternativo o anche gli statunitensi Nothing ma in confronto a questi artisti il quartetto abruzzese sceglie un approccio meno aggressivo e più dolcemente atmosferico, dando più spazio alle melodie intessute dalle chitarre che ai riff.  Anche il post-rock trova spazio nella composizione dei brani ma nel prodotto finale mancano le caratteristiche tipiche del genere come i crescendo molto accentuati o la grande ariosità delle strutture quindi i limiti dell’alternative rock non vengono mai superati del tutto. Il disco parte in maniera “tenebrosa” con “Wiser”, la cui intro fatta di basso, vocalizzi orientalizzanti ed arpeggi di chitarra lascia quasi subito spazio ad un ritornello molto più melodico e “luminoso” che cambia le carte in tavola; la successiva “Crave (No Other Gods)” parte in stile Katatonia light con un riff azzeccato e delle vocals più marcate e poi diventa sognante ed eterea, con un ritornello davvero riuscito che lo rende uno dei migliori pezzi del disco, equilibrato tra chitarre rock ed intrecci shoegaze. Le altre canzoni viaggiano su questo stile equilibrato e votato alla melodia con alcuni pezzi che spiccano nel mucchio come l’eterea title-track, la successiva “Lizard” scritta con Dayan El Zweig, la maliconica “Gloom” e la sognante “Venetian Green Room” ma in generale il tutto è forse un po’ troppo uniforme, qualche variazione di struttura nei brani o qualche sperimentazione nel sound avrebbe reso il tutto più memorabile e avrebbe aiutato a far valere la forza delle singole canzoni. Per alcuni le linee vocali di Santilli o il tono delle chitarre potrebbero essere fin troppo pop e leggeri per rientrare negli stilemi dell’alternative ma nell’insieme dell’atmosfera ricercata dal quartetto non stonano affatto: per quanto questo approccio estremamente melodico potrebbe alienare in parte i fan del rock più ruvido ed asciutto, la decisione rientra nei gusti personali dell’ascoltatore e non sento di poter criticare questa scelta. La produzione del disco è buona, gli strumenti si sentono bene anche negli intrecci più complessi, forse nell’estetica eterea ricercata dal gruppo la voce è fin troppo prominente ma è un difetto di poco conto che non va ad intaccare il songwriting elegante del quartetto abruzzese.

CONCLUSIONI

Che possiamo dire infine di questo album di debutto? “Taking The Youth” presenta gli À l’aube Fluorescente come un gruppo di qualità e dalla maturità di scrittura della musica indiscutibile per avere solo 3 anni di vita e la proposta artistica a metà tra l’alternative moderno e lo shoegaze anni ’90 può permettere loro di ritagliare uno spazio nel panorama musicale italiano. Il quartetto abruzzese mostra i suoi punti forti ed evita di osare troppo con la sperimentazione, creando dei brani sicuramente riusciti ma forse un po’ troppo uniformi. Con il tempo e l’esperienza se sapranno continuare a mantenere alta la qualità della composizione gli ÀlaF incontreranno il successo sperato; per ora possiamo dire che questo album è consigliato ai fan di artisti come i Klimt 1918, gli Slowdive, gli A Perfect Circle, i Cure ed i recenti Nothing, i quali troveranno musica con cui sognare, fantasticare e passare una mezz’ora di voluttuoso e romantico piacere… Anche se puramente intellettuale.

Voto: 7 / 10
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Fin da bambino Alex Baldassi è stato guidato da una insaziabile curiosità verso l'arte e la cultura. Adora immergersi nel profondo mare della scena artistica underground e riportare in superficie le migliori perle recenti ed i classici ingiustamente dimenticati, così come girare per i mercatini dell'antiquariato e scandagliare i negozietti alla ricerca di piccoli tesori nascosti qua e là. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne all'Università di Udine sta continuando gli studi in Giornalismo a Siena, collaborando nel frattempo alla webzine "Culto Underground" del suo amico Sagana dove si diletta a scrivere di musica, fumetti, film e videogiochi.
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