Recensione: Ophthalamia – A Journey in Darkness

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Cultisti! Siete pronti ad inoltrarvi nell’oscuro mondo degli Ophthalamia? Gruppo storico della scena metal underground svedese degli anni ’90 comprensivo di figure quali Legion ed il compianto Jon Nödtveidt.

Ophthalamia

Il gruppo si forma nel ‘89 per volere di It e All, le menti dietro al progetto Abruptum, ben più conosciuto nella scena black metal. Dopo l’aggiunta alle pelli di Winter ( Edge of Sanity, Pan.Thy.Monium ) la band sforna tre demo, fino a che nel 1994, Nödtveidt (Dissection, The Black, De Infernali ) si sostituisce ad All come cantante e viene pubblicato il loro album d’esordio A Journey in Darkness, piccolo capolavoro sperimentale la cui unica sfortuna è quella di uscire nel periodo in cui sta nascendo il Gothenburg sound. L’album è un concept che narra del mondo fantastico di Ophthalamia creato da It, un luogo oscuro dove il concetto di bene e male è invertito e la cui dea Elishia è una sorta di rappresentazione di satana al femminile. L’anno dopo esce Via Dolorosa e la line up cambia ancora, con l’arrivo di Legion alla voce ( Marduk, Devian ) ed il fratello di Nödtveidt, Night ( Swordmaster, Deathstar ) al basso. Dopo una compilation, nel 1998 esce A Long Journey, un re-recording del loro primo disco, con All alla voce al posto di Nödtveidt. e l’aggiunta di due nuove figure, Mist al basso e Bone ( Dissection ) alla batteria.
Questo rifacimento comprende la rimozione della maggior parte delle tastiere rispetto al tape originario, raggiungendo così un suono più classicamente black metal, ma al contempo meno elaborato.
Lo stesso anno di A Long Journey esce l’ultimo album degli ophthalamia, Dominion che per via dello scandalo provocato dall’arresto di Nödtveidt per l’assassinio di Josef Ben Maddour comprende un minimo contributo da parte di It e questo si percepisce in quanto il disco dimostra uno stile completamente diverso dai precedenti. Da lì a poco il gruppo si sarebbe sciolto in seguito alla scomparsa di It dalle scene per un lungo periodo.

A Journey in Darkness

A Journey in Darkness è un disco inaspettato all’ascolto; la sua perfetta unione di heavy doom, riff progressive rock e atmospheric black metal genera un sound che si sente di rado. L’atmosfera generale del disco è molto cupa, malinconica, i riff sono al contempo ipnotici e granitici, mentre la voce di Nödtveidt è un continuo lamento di sofferenza pienamente riuscito e contribuisce nell’illustrarci l’immaginario del mondo inventato da It.
A cry from the halls of blood / empire of lost dreams fa da intro e parte con una narrazione pulita e una base di tastiera e chitarra che evolve dall’epico al melanconico per presentarci Enter the darkest thoughts of the chosen / agony’s silent paradise, prima vera traccia del disco, in cui viene presentato il sound vero e proprio del disco, tra screaming, coretti e parti sussurrate la canzone si dipana in un intreccio di suoni e vari riff che vengono intervallati da variazioni di batteria e ‘assoli’ di chitarra. In generale nel disco gli Ophthalamia dividono ogni canzone in due parti, un’introduzione più lenta e priva di screaming ed un secondo momento in cui la canzone prende corpo, ispirandosi alla struttura delle canzoni dei primi Sabbath.
In Journey in darkness / entering the forest sentiamo una più forte influenza di Nödtveidt anche nel sound, che a tratti ricorda certi riff del suo gruppo principale, mentre la successiva Shores of kaa-ta-nu / the eternal walk, part II è forse la traccia più suggestiva del disco grazie ad un mixing grezzo, ma efficace delle back vocals sussurrate e della ripetitività del pezzo che lo porta ad essere il più bilanciato connubio di Heavy metal e black metal del gruppo. Dopo l’intermezzo narrato di A lonely soul / hymn to a dream, abbiamo Little child of light / degradation of holyness, altro pezzo dalla struttura ben intrecciata e vario di riff medievaleggianti in cui possiamo sentire la voce di Alexandra Balogh, pianista a cui dobbiamo l’incredibile classico dei Dissection: No Dreams Breed in Breathless Sleep.
Castle of no repair / lies from a blackened heart è forse il pezzo più bizzarro del disco, per via dei continui cambiamenti del mood della canzone e dell’uso di suoni effettati e tastiere ancor più eteree. This is the pain called sorrow / to the memory of me mantiene il mood variabile della precedente, pur rimanendo quasi sempre un pezzo lento e melodico, che a tratti ricorda i Satyricorn dei primi due dischi. L’outro I summon thee, oh father / death embrace me ci conduce al di fuori dai confini di Ophthalamia, con una voce effettata che richiama la modernità e il mondo reale, accompagnata da piano e tastiere melanconiche che ci offrono una giusta conclusione al lavoro.

Sagana

Sagana è creatore e autore del progetto Culto Underground. Appassionato di musica, film, fumetti, videogiochi e tutta l'arte underground, nel 2008 inizia il progetto zeitgeist, predecessore di C.U. che si conclude nel 2011 per ragioni personali. Un paio di anni dopo ricomincia con spirito nuovo e con il nuovissimo collaboratore Nemo, che lo spinge a riesumare il progetto!