Recensione: Otis Spann – The blues is where it’s at

Voto 7,5/10

Cari amici di Culto,
oggi abbandono, momentaneamente beninteso, la mia ribrica Jesus’ Cult perché per ragioni di tempo non sono riuscita a visionare qualche vecchio film da recensire..
E ho pensato, per dare una ventata di novità ai miei orizzonti, di darmi al blues.. siate clementi, è un genere di cui non so nulla di nulla, ma cercherò comunque di tracciare delle liee guida che tratteggino in modo esauriente l’album che ho scelto: “The blues is where it’s at” di Otis Spann, datato 1963!

Il musicista

Otis Spann nasce a Jackson, Mississipi, nel 1940, e muore nel 1970.
Egli si contraddistingueva per il suo stile al pianoforte. Stile influenzato soprattutto dalla sua conoscenza diretta con Big Maceo Merriweather.
Cosa si deve in particolar modo ad Otis Spann? L’evoluzione pianistica del blues iniziata negli anni Sessanta.
Quanto a produzione musicale, se il nostro autore molto lavorò come solista, per diversi anni fu membro fisso della band di Muddy Waters, che poi lasciò per formare una sua band.

L’album

“The blues is where it’s at” si presenta come un lavoro armonico e scorrevole.
I vari brani si susseguono l’un l’altro con continuità, e lo stile è vivace ed orecchiablie.
Le varie sonorità, sulle quali emerge soprattutto un vivace e notevole pianoforte, fanno da sfondo ad una voce potente e decisa.
Dirò forse un’assurdità, ma in alcuni punti dell’album, soprattutto nel primo brano, “Popcorn Man”, ho rilevato una seppur lieve traccia musicale che poi si riscontrerà in un gruppo rock molto famoso: i Kiss. Eh sì…se siete appassionati dei Kiss, o se comunque li conoscete bene, ad un ascolto molto attento si può riscontrare una lieve eco di blues in alcuni brani dei Kiss, ancora più accentuata dalla voce di Gene Simmons..
Vi invito a fare un confronto e, forse, non mi darete poi così torto!
Ad ogni modo, proseguendo nell’album che stiamo trattando, forse un po’ più lenti e malinconici sono i brani da “Steel Mill Blues” a “T’Aint Nobody’s Biziness If I Do”, mentre poi i toni si risollevano e si vivacizzano con “Chicago Blues”.
I due brani di chiusura sono più lenti e cadenzati.

Conclusioni

Chi scrive predilige (a parte l’unblack metal naturalmente!) generi che, in questo contesto, possono essere considerati più allegri e vivaci, come l’r&b.. Vecchi gruppi a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta in questo senso sono molto validi..
Certo è che il contesto storico che porta alla nascita e allo sviluppo del blues non è da sottovalutare, dato il forte accento culturale che permea questo genere.
E cosa intendo dire con ciò? Che il blues è un genere per intenditori, e che riflette una ben determinata cultura..forse non tutti gli orecchi sono in grado di apprezzarlo, parlando di un livello puramente emozionale.
Chi scrive fa parte di quel gruppo di persone che per apprezzare il blues deve ricordare a se stessa da dove deriva, perché solo così vanno compresi i suoi insiti accenti e le sue variegate sottolineature.
Per non essere avvezza al genere il disco mi ha preso in ogni caso, un 7,5 meritato!

Black Princess

Sono BlackPrincess..laureata in Filosofia e attualmente in attesa di entrare al dottorato..appassionata di Medioevo e di Filosofia (ovviamente), sono cattolica e amo molto approfondire gli argomenti legati alla mia fede. Non amo il cinema, ma apprezzo molto i musical, specialmente apprezzo "Il fantasma dell'opera".
Amante del metal, soprattutto il filone unblack (musicalità black ma testi cristiani), collaboro con le recensioni per il sito Whitemetal.it
Sorella di Nemo, sono stata da lui reclutata per questo blog e sono felice di collaborarvi sebbene lui smorzi sempre la mia vena creativa!!