Recensione: Scarve – Luminiferous (2002)

Uno dei migliori “segreti musicali” custoditi in Francia dimostrano che il metal moderno può ancora sorprendere.

La Francia è stata fin da tempi immemori una grande esportatrice di moltissimi tipi differenti di beni di consumo di grande qualità rinomata in tutto il mondo: tessuti, vini, cibi raffinatissimi, fumetti, beni di lusso estremamente onerosi… Una delle poche cose che fino a tempi recenti non riuscì a “vendere” all’estero era la musica metal prodotta dalle band d’Oltralpe. Pur avendo fin dalla nascita del genere un ricco e fertile panorama underground a causa di mancanza di supporto e di una persistente barriera linguistica (oltre ad un probabile disinteresse delle case discografiche, interessate di più negli anni ’80 e ’90 ai gruppi provenienti dai paesi anglosassoni e statunitensi), fino all’avvento di Internet ed il grande meritato successo di alcuni gruppi di punta francesi come i Gojira o i Deathspell Omega la scena metal rimase sempre in gran parte isolata e molte grandi band anche meritevoli non riuscirono mai a raccogliere i frutti del loro innegabile talento ed impegno. In quest’ultima categoria cadono gli Scarve, una band di Nancy (nella regione della Lorena) dalla storia ormai ventennale che purtroppo non ha mai avuto la possibilità di fare il grande salto nelle alte sfere del genere.

La storia

La band nacque nel 1993 come progetto di un giovane batterista, oggi assai celebre per avere militato in band di notevole calibro (dai Soilwork al Devin Townsend Project, passando per band quali gli Aborted ed i Satyricon) grazie al suo notevole talento ed alla sua versatilità: l’allora diciottenne Dirk Verbeuren. Pur essendo nato a Wilrijk in Belgio quest’ultimo spese gran parte della sua adolescenza in Francia, seguendo l’evoluzione della scena francese prima come fan e poi come musicista. Nonostante con l’inizio degli anni ’90 ci fosse stata una relativa apertura al mercato estero della musica underground d’Oltralpe, Dirk ebbe serie difficoltà a cercare di ottenere il successo sperato con la sua musica dato che in quegli anni il metal si ritrovò in un momento di seria decadenza , quasi come se la scena stessa stesse lentamente morendo a causa dell’incapacità dei gruppi di esportare la loro arte nei paesi limitrofi. Assieme al fidato chitarrista ritmico Patrick Martin, il chitarrista solista Sylvain Coudret (dal 2008 anch’esso membro fisso dei Soilwork con Dirk), il bassista Philippe Elter ed i due cantanti (sì, hai letto bene!) Guillaume Bideau e Alain Germonville, dopo numerosi cambi di line-up e altrettante demo inviate a varie case discografiche, pubblicò il primo disco Translucence per l’etichetta svedese War Records nel 2000. Pur non avendo raccolto molto favore presso critica e pubblico la band riuscì a suscitare l’interesse della ben più importante etichetta francese Listenable Records, una delle più celebri specializzate in metal estremo d’Oltralpe; dopo aver sostituito rispettivamente Elter e Germonville con i più talentuosi Loïc Colin e Pierrick Valence ed avere trovato una line-up molto più stabile la band pubblicò nel 2002 il riuscito Luminiferous e nel 2004 l’altrettanto valido Irradiant. Sfortunatamente a causa delle mansioni di session-man di Verbeuren ed il passaggio di vari componenti ad altre formazioni (Guillaume divenne vocalist dei Mnemic e Pierrick dei Phazm) la band pubblicò solo The Undercurrent prima di tornare nell’oscurità, limitandosi soltanto a suonare live in attesa di poter recuperare i componenti impegnati altrove nel mondo.

L’album

Gli Scarve in Luminiferous propongono un sound molto personale che mischia death metal, thrash metal ed influenze industrial metal in parte simile a quello dei folli Strapping Young Lad di Devin Townsend (la foto di Dirk con una maglia dei SYL all’interno della confezione del disco e i suoi ringraziamenti alla fine del booklet non fanno altro che confermare i parallelismi) ma che include al suo interno anche poliritmie e riff influenzati dai Meshuggah e atmosfere fantascientifiche e stranianti vicine ai primi Fear Factory. La copertina dell’album ideata da Carlos Del Olmo Holmberg riesce a rappresentare molto bene graficamente la musica della band: brutale, apocalittica, quasi inumana. Inumana è soprattutto la performance di Dirk Verbeuren, il quale suona tutto il disco senza utilizzare triggers sulla sua batteria ma riesce a risultare nonostante tutto tecnico (nell’album utilizza di tutto, dai blast-beats ai controtempi, quasi come fosse una macchina impazzita sfuggita ai suoi creatori) e poderoso come un Panzer lanciato a tutta velocità su un edificio; le chitarre di Martin e Coudret sono rapidissime e ricche di tecnica (non aspettatevi ballate in questo album, la lentezza non sembra essere contemplata!) ma dove necessario i due chitarristi sanno anche utilizzare discordanze e suoni più puliti per creare un’atmosfera aliena ed inquietante molto “cyberpunk” (basti pensare all’intro di Futile Resilient) e anche suonare assoli più contemplativi e meno roboanti. L’utilizzo di due vocalist invece che uno solo risulta azzeccata: Pierrick si occupa solitamente dei growls con uno stile gutturale e brutale che mostra le sue qualità anche nella furiosa e riuscita cover di Hollowman degli Entombed contenuta nell’album mentre Guillaume, normalmente deputato alle parti in cantato pulito con distorsioni elettroniche che possono ricordare quelle di Chester Bennington dei Linkin Park, si dimostra anche lui capace quando necessario di potenti urla come si può sentire nel lungo grido che apre Capsized. I due, contrariamente alla “tradizione” del metal moderno, non si alternano in base alla parte della canzone: nei riusciti ritornelli può capitare che le parti vocali si sovrappongano (come nel singolo Emulate the Soul che apre il disco) dando al tutto maggiore potenza e rendendo il tutto ancora più caotico ed intenso. L’unico a rimanere un po’ nascosto (anche a causa della complessità della struttura delle canzoni e del mixaggio non riuscitissimo di Daniel Bergstrand) è il basso di Loïc, che si dimostra senza dubbio solido e capace di stare al passo degli altri strumenti ma non può dimostrare appieno le sue indubbie capacità. Un altro difetto dell’album è che l’utilizzo di samples, tastiere di sottofondo, effetti su chitarre e voce rendono il disco non molto immediato, costringendo a ripetere gli ascolti più volte più volte per comprendere le raffinatezze del songwriting della band; inoltre lo stile della band per quanto poco comune può risultare talvolta un po’ troppo simile tra una canzone ed un’altra ed anche un po’ derivativo rispetto a band più celebri nel panorama odierno.

Conclusioni

Luminiferous presenta gli Scarve come un gruppo maturo capace di comporre canzoni tanto brutali quanto a tratti estremamente melodiche e capaci di rivaleggiare con le band più celebri del panorama metal moderno. Purtroppo la poca immediatezza delle canzoni ed una produzione non sempre al massimo livello ha impedito alla band di raggiungere un pubblico più ampio, relegandola ad una nicchia underground di appassionati. Mi sento in ogni caso di consigliare a tutti gli amanti del melodic death metal più tecnico o del metal estremo più sperimentale come quello dei Meshuggah o degli Strapping Young Lad di dare una possibilità a questo gruppo: a chiunque sappia dedicargli del tempo questo album può rivelarsi un vero e proprio diamante grezzo, magari non rifinito e con angoli troppo affilati da smussare ma senza alcun dubbio di assoluto valore.

Voto: 7,5 / 10
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Fin da bambino Alex Baldassi è stato guidato da una insaziabile curiosità verso l'arte e la cultura. Adora immergersi nel profondo mare della scena artistica underground e riportare in superficie le migliori perle recenti ed i classici ingiustamente dimenticati, così come girare per i mercatini dell'antiquariato e scandagliare i negozietti alla ricerca di piccoli tesori nascosti qua e là. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne all'Università di Udine sta continuando gli studi in Giornalismo a Siena, collaborando nel frattempo alla webzine "Culto Underground" del suo amico Sagana dove si diletta a scrivere di musica, fumetti, film e videogiochi.
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