Recensione: Talmbout’Dat – Fragment Antigen Binding

Bentornati fedelissimi lettori, dopo avervi fatto pogare con la recensione dell’album dei Naiveover (e nel caso non l’abbiate letta, potete farlo qui), è giunto il momento di continuare a pogare con Talmbout’Dat dei Fragment Antigen Binding (F@B). Per saperne di più su questo album musicale, continuate la lettura di questa recensione.

Qualche premessa

Quando in redazione di Culto Underground ci arrivano dei dischi da recensire, gentilmente spediti dalle etichette discografiche, cerchiamo di distribuirli fra i componenti dello Staff di Culto in modo che i generi musicali delle band si avvicinino il più possibile ai gusti del recensore.
Infatti è andata così anche per questo Cd, poiché quando ho saputo che la band, almeno sulla carta, si definiva Crossover/Nu-Metal, mi ci sono fiondato senza indugio, essendo un grande estimatore del genere.
Chiaramente, essendo un estimatore, sono anche dannatamente esigente, non basta dire di essere crossover, bisogna dimostrarlo con i fatti.
Riusciranno i nostri amici F@B a suscitare in me qualche genere di simpatia, oppure finiranno nel gran calderone dei “bel tentativo, ma siete la brutta copia della copia della copia”?

Dopo le premesse… la band, il disco e il resto

Comincio con il dire che ho voluto ascoltare il disco più volte, perché ai primi ascolti non mi aveva convinto per via di alcune sonorità poco oscure, con zero profondità ma al contempo nemmeno sufficientemente familiari e immediate. Pian piano però, al terzo o quarto ascolto, il cd ha cominciato a suscitarmi qualche emozione, sfiorando alcune mie corde emotive ben nascoste.
Quello che ai primi ascolti sembrava un disco senza identità, un’accozzaglia di suoni ben registrati, ha poi rivelato la sua anima più tenace, più studiata. Certo non siamo ai livelli di “KoЯn” o di “Three Dollar Bill, Yall$” ma l’epoca è differente e i ragazzi hanno un’identità europea, essendo ucraini, quindi è più che lecito aspettarsi qualcosa che si differenzi dai canoni del genere.
Ciò che traspare dal sound del disco è che nulla è lasciato al caso ed è proprio questo però che mi fa storcere un po’ il naso. Parrebbe che questi giovani ragazzi non esprimano alcune delle loro potenzialità e, sperimentando poco, sopperiscono a ciò con uno stile più canonico e conformato.
Il cd parte con Double Y Chromosome e, lo scrivo una volta ma vale per tutte le tracce del disco, suona bene e definita, qualitativamente eccellente. Una traccia che non è capace di convincermi fino in fondo ma è apprezzabile, soprattutto il tentativo finale di dare un po’ di robustezza al suono.
Si continua con Bon Appetit e va decisamente meglio, molta pacca, un suono capacissimo di richiamare i fasti del genere e di attualizzarli all’epoca contemporanea. Purtroppo il tutto scema con uno stacco e un rap un po’ infelice, troppo “friendly”. Comunque la traccia si riprende bene nei ritornelli, martellanti e graffianti e soprattutto nel finale continua a pestare durissimo.
È poi il turno di Dr. Jekyll & Mr. Hyde e di Life is Good e non a caso le metto assieme, dato che entrambe, richiamando gruppi come Taproot e System Of A Down, peccano un po’ di originalità.

Siamo arrivati a metà del disco, diamo un ascolto al loro singolo con il video ufficiale e poi scopriremo insieme cosa ci riserverà la seconda metà del disco.

Le tracce numero 5 e 6, rispettivamente You e Measure, vanno in una direzione differente rispetto alle altre canzoni, lo stesso cantato si dirige verso lo screaming strozzato, mentre la musica è indirizzata verso la ripetitività, quasi la band cercasse di far restare in mente all’ascoltatore le loro canzoni tramite dei suoni più “semplici” e ripetitivi.
Con Mute Man, che inizialmente parrebbe voler prendere la stessa direzione delle due canzoni precedenti, la band prova la strada del melodico, in parte riuscendo a sviscerare un’anima più riflessiva.
Quasi mancasse l’aria, non si riuscisse più a respirare, con loro traccia numero 8, intitolata Air, il gruppo suona e canta tutta la sua rabbia ma al contempo anche il menefreghismo per qualsiasi tentativo di omologazione ed etichettatura, invocando un bisogno di libertà che viene espresso più che bene attraverso la canzone.
La traccia numero 9, ovvero il gran finale, è intitolata Vacuum e si tiene in linea con il resto del disco, mescolando brevi momenti di groove e vocals a pezzi più schizofrenici e d’impatto.

Recensione: Talmbout’Dat - Fragment Antigen Binding
Per quanto concerne il package del disco si può dire che qualitativamente è molto buono, anche le grafiche sono in linea con il resto del prodotto. La custodia del disco è in cartoncino rigido, raffigura diversi stati d’animo, impressi su dei volti, che fanno subito capire quanto i contenuti del cd non saranno tranquilli e rilassanti.

Conclusioni

In definitiva ci troviamo ad avere a che fare con un buonissimo cd, che agli amanti del genere potrà piacere o meno.
Per disparati motivi il disco potrebbe non piacere e il più importante è, secondo chi scrive, che la band nella maggior parte dei pezzi non è stata capace di intraprendere una strada e di perseguirla fino in fondo. Ha mescolato tante belle idee ma senza sviluppane una completamente.
Il secondo motivo che potrebbe portare questo cd a non colpire davvero fino in fondo l’ascoltatore, deriva dal fatto che pecca un po’ di originalità. Pur non essendo totalmente assente, non basta per scacciare via il dubbio che l’approccio a tale genere sia solo una facciata, una “moda”, seppur ormai passata, seguita più per folklore che per convinzione.
Certo è che non tutto è negativo, anzi, il cd parla all’ascoltatore, rivela molto di ciò che i nostri F@B vogliono comunicarci, riuscendoci bene in alcuni frangenti.
Resta per loro il beneficio dell’età, essendo molto giovani avranno l’opportunità di migliorarsi e di sviluppare più a fondo questo tipo di lavoro. Già da sola questa motivazione è sufficiente per aspettarsi grandi risultati dalla band che, se sarà in grado di intraprendere un percorso, prendendo ciò che di buono ma anche quanto di cattivo verrà, potrà tramutarlo in esperienza e, oltre a trovare la propria direzione, riuscirà ad affermarsi.
Tornando al quesito iniziale, questa band mi ha suscitato simpatia e non è finita nel calderone dei “bel tentativo, ma siete la brutta copia della copia della copia”. Sicuramente noi di Culto Underground li continueremo a seguire per raccontarvi le future evoluzioni di questa giovane band.

Voto: 7 / 10


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Componenti

Ivan Patey – Vocals

Valentine Matvieiev – Guitars

Eugene Skokov – Bass

Max Nazarets – Drums

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Andrea Tomasella

Laureato in Sociologia per il Territorio e lo Sviluppo all’Università di Trieste, è referente del Gruppo Comunicazione del Punto Giovani di Gorizia. Scrive per la webzine di arte underground “Culto Underground”, collabora con il mensile di promozione sociale "Social News" e con il settimanale sportivo "City Sport". Attraverso il suo blog si racconta ed esprime opinioni (sempre personali).
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