recensione: the cumshots – Just Quit Trying

Voto 8/10

La prima impressione è quella che di solito conta, giusto? Che si può dire allora di una band come i norvegesi The Cumshots?

Il nome è tutto un programma (e DI SICURO non farà loro guadagnare un posto nelle playlist radiofoniche), a guardarli sembrano dei camionisti o dei buttafuori texani decisamente incazzati e suonano un genere vicino al Death’n’Roll caro agli Entombed ma con un’aggressività ed una furia spesso più vicina all’Hardcore. Per non parlare delle loro celebri esibizioni live, dove il frontman e fondatore Kristopher Schau (un celebre e decisamente poco politically-correct comico televisivo e radiofonico locale, vincitore tra l’altro del titolo di “Uomo più Sexy della Norvegia” nel 2003, parlo sul serio, non sto scherzando…) si presentava sul palco nudo, si apriva tagli nel petto con i vetri di bottiglie rotte, faceva a pugni con il pubblico o invitava i porno-ecologisti di “Fuck For Forests” sul palco, ricevendo poi esose multe per atti osceni in luogo pubblico… Da una band del genere che profondità e maturità musicalmente parlando ci si può aspettare, quella di una pozzanghera, vero? Sarà una di quei gruppi stupidi che si ascoltano per un po’ di sano headbanging… O almeno così potevo pensare PRIMA.

La band

Ebbene, non del tutto così. Nel loro terzo disco, “Just Quit Trying” del 2006, la band fondata nel 2001 da Schau (sotto lo pseudonimo di “Max Cargo”) ed il chitarrista Ole-Petter Andreassen (alias “El Doom”) presenta sì violenza sonora e una relativa immediatezza ma nei testi nichilisti e personali e nell’atmosfera generale nasconde una grande potenza emozionale, crea un senso di depressione e disperazione che colpisce con un pugno allo stomaco come le più tetre band sludge e doom metal, senza però dimenticare un certo humour sardonico che fa capolino qua e là nei titoli (“Bitter Erection”, “Like Pouring Salt on a Slug”) e nei testi e alleggerisce quanto basta l’atmosfera per evitare di portare al suicidio gli ascoltatori più depressi ed impressionabili.

L’opera

La band parte subito in quarta  già dal primo pezzo, “Pray For Cancer”, un pezzo tanto rock’n’roll nell’attitudine quanto brutale in tutto il resto (ma senza dimenticare la melodia e un ritornello molto orecchiabile, ingredienti presenti in tutto il disco in quantità), con la penna di Schau che incide su carta testi neri come la pece ma a loro modo ironici (“Prayin’ for cancer / Umbilical cord around my neck / I’m a little romancer / Just want you all to love me when I’m dead”). Altre gemme dell’album sono la maliconica “I Drink Alone”, con le parti vocali spettrali e piene di maliconia di El Doom che prendono il posto d’onore nel ritornello e danno più personalità al tutto, la irriverente “Punchdrunk on Death”, che parte come un treno senza controllo e poi nel ritornello lascia spazio ad un arioso sottofondo di tastiere e chitarre acustiche mentre Cargo ruggisce perle degne di un premio Pulitzer quali “Your pussy is a graveyard /And I’m dying to get in”, la crudele “Last Laugh”, che parla di un amore finito male, MOLTO MALE (“And just to show / That Satan’s still got some humor / That growth in your stomach / Ain’t a baby, it’s a tumor! Who’s laughing now, bitch?”) e la malata “Vomitory” . La varietà strutturale e nelle dinamiche delle canzoni è buona (si va da pezzi più lenti ed incessanti ad altri più veloci e aggressivi, concedendosi anche parti acustiche dove necessario) e la band non ha paura di sperimentare un po’ inserendo ottime linee di pianoforte o parti orchestrali per dare maggiore atmosfera ma talvolta in pezzi quali “Like Pouring Salt on a Slug” i riff lenti tendono a arrancare un po’ e perdere di intensità.

Tutti gli elementi della band suonano con competenza, le chitarre semiacustiche di Andreassen e “Freddie Tennessee”  non si perdono in assoli tecnici e complessi (e in questo caso è un bene perché altrimenti spezzerebbero il fluire naturale dei pezzi ) e vengono usate anche senza distorsione per rendere il tutto più dinamico e meno ripetitivo, il basso di “Tommy Dean” si sente poco , soprattutto in qualche intro ma seguendo le linee di chitarra da’ più profondità alle canzoni mentre la batteria di “Chris Bartender” (batterista anche dei Tsjuder e dei Gothminister) è molto groovy e rock’n’roll nello spirito, nulla di troppo complesso ma con sfuriate di doppia cassa dove necessario. La vera sorpresa arriva dalle parti vocali di Kristopher ed El Doom: il ruggito profondo di Schau, per quanto distorto e irato è degno di un cantante professionista, è comprensibile a sufficienza e si intreccia benissimo con le clean vocals maliconiche che lo accompagnano nei ritornelli del secondo. I testi sono, come già detto e ripetuto, a mio parere un punto a favore:  al contrario di quelli di altre band del genere, concentrate di più a descrivere gore ed orrore visivo, la depravazione, il dolore psicologico, il senso di fallimento, la visione negativa della vita descritti dal cantante in maniera esagerata ed imbevuta di humour nero sono basati sulla realtà di tutti i giorni e parlano della durezza di una vita piena di rimpianti rendendole più efficaci nello smuovere l’ascoltatore. La produzione del disco non è ottima, è grezza e poco pulita ma visto il genere non è un difetto così grave ed anzi contribuisce a dare una perfetta atmosfera malata ed oscura.

Conclusioni

Per i Cumshots questo è il disco della maturità artistica: dopo due album meno seriosi ed impegnativi riescono a trovare la giusta ricetta tra humour nero e brutalità. Il loro “magnus opus” sarà il successivo “A Life Less Necessary” che riuscirà a limare i difetti rimasti ma non fatevi ingannare: questo è un lavoro di tutto rispetto, che si guadagna il suo spazio nella vostra collezione musicale anche confrontato con capolavori di band ben più celebri e rilevanti. Se vi piace il Death Metal o il metal estremo lasciatevi trascinare in questo turbine nero, non ve ne pentirete. E dopo tutta questa oscurità e decadenza chissà, forse vi accorgerete che la vita che ritenete noiosa e ripetitiva non è poi così male…

 

MetalloNonMetallo

MetalloNonMetallo

Fin da bambino Alex Baldassi è stato guidato da una insaziabile curiosità verso l'arte e la cultura. Adora immergersi nel profondo mare della scena artistica underground e riportare in superficie le migliori perle recenti ed i classici ingiustamente dimenticati, così come girare per i mercatini dell'antiquariato e scandagliare i negozietti alla ricerca di piccoli tesori nascosti qua e là. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne all'Università di Udine sta continuando gli studi in Giornalismo a Siena, collaborando nel frattempo alla webzine "Culto Underground" del suo amico Sagana dove si diletta a scrivere di musica, fumetti, film e videogiochi.
MetalloNonMetallo

Latest posts by MetalloNonMetallo (see all)