Recensione: Il Tredicesimo Piano (1999)

“Penso, dunque sono.”

Bentornati lettori vecchi e nuovi di Culto Underground alla nuova Recensione Settimanale di Culto Underground! Questa volta tocca a me, il vostro fidato scribacchino Metallo, accompagnarvi nella nostro consueto viaggio nella scena artistica underground, tra il meglio degli artisti odierni poco conosciuti e le opere poco note e spesso sottovalutate del passato. Proprio quest’ultima categoria è quella che affronteremo quest’oggi dato che analizzeremo una pellicola del passato recente decisamente di culto bistrattata all’uscita nelle sale e caduta nel dimenticatoio. L’anno è il 1999, nella pellicola si parla di mondi virtuali, atmosfere neo-noir, mistero, questioni filosofiche sulla realtà e l’esistenza… Da questa descrizione qualcuno potrebbe dire: “E’ Matrix! E’ ExistenZ!” (e non sbaglierebbero granché a farlo) ma ben pochi collegherebbero la descrizione al film “Il Tredicesimo Piano” del tedesco Joseph Rusnak. Uscito un mese dopo le pellicole sopra citate, con un budget minore dei rivali ed un cast ben meno blasonato, il film Columbia Pictures si perse immediatamente nel mucchio, complice anche la scelta di dare maggior peso alla vicenda narrata che ad un aspetto visivo denso di effetti speciali accattivanti e roboanti, e raccolse dalla critica recensioni ampiamente negative. Fu questo il giusto destino di un lavoro cinematografico non riuscito o l’ingiusta accoglienza verso un piccolo capolavoro largamente incompreso? Andiamo a scoprirlo!

LA TRAMA

Il film, un adattamento del racconto del 1964 “Simulacron-3” dello statunitense Daniel F. Galouye, narra le vicende di Douglas Hall (Craig Bierko, “Paura e Delirio a Las Vegas”, “Cinderella Man”) , un imprenditore che, assieme all’anziano socio Hannon Fuller (Armin Mueller-Stahl, “Angeli e Demoni”, “La Promessa dell’Assassino”), sta progettando una raffinatissima ed innovativa simulazione virtuale abitata da intelligenze artificiali in tutto e per tutto simili a quelle umane che ricalca in tutto e per tutto la Los Angeles del 1937. Il multimiliardario Fuller viene assassinato in maniera misteriosa dopo essersi immerso per qualche ora all’interno della simulazione e prima di aver rivelato qualcosa di importante ad Hall ed ovviamente è proprio quest’ultimo ad essere il primo sospettato del detective Larry McBain (Dennis Haysbert, “24”, “Heat”). Douglas scopre di essere stato nominato erede e possessore dell’azienda di Fuller e dell’esistenza di una misteriosa figlia del compianto amico, Jane (Gretchen Mol, “Manchester by the Sea”, “Quel Treno per Yuma”) , che ha intenzione di far chiudere il progetto di VR. A causa di frequenti amnesie ed incoerenze nei suoi ricordi, oltre che ad indizi evidenti, Hall inizia a dubitare seriamente di essere estraneo alla vicenda ed i suoi dubbi diventano ancora più forti quando un barista lo ricatta affermando di averlo visto incontrare Fuller la sera stessa dell’omicidio. Con l’aiuto del suo fidato programmatore Jason Whitney (Vincent D’Onofrio, “Full Metal Jacket”, “MIB”) il protagonista viene a scoprire che il suo capo aveva lasciato nella simulazione di Virtual Reality un messaggio per lui e decide quindi di immergersi anch’egli nella Los Angeles degli anni Trenta in modo da scoprire meglio il perché della sua tragica dipartita ed il funzionamento del programma. Le scoperte che farà gli faranno dubitare ogni certezza avuta fino a quel momento, comprese le basi stesse della realtà.

L’ANALISI

La pellicola può vantare una splendida ricostruzione della California negli Anni ‘30, con una grande attenzione a tutto l’immaginario dell’epoca, dal vestiario all’arredamento, dai veicoli alle musiche, e questo contrasta alla perfezione con la Los Angeles scura e tecnologica degli anni ‘90 dove vivono i protagonisti. Senza queste sezioni il film ne risulterebbe indubbiamente impoverito, dato che le scene fuori dal simulatore, pur presentando un’estetica derivata dal neo-noir, in generale non presentano molta personalità o attrattiva, risultando talvolta (e forse volutamente) un po’ scialbe. Anche sotto il profilo della recitazione il risultato è alquanto altalenante: D’Onofrio è credibile ed interessante (anche se il ruolo relativamente fuori dagli schemi gli concede senza dubbio la possibilità di mostrare molta personalità e giocare con il personaggio), Haysbert è pienamente nei panni cliché del detective duro e puro e Mueller-Stahl, nei momenti in cui è presente in scena, è competente in ogni occasione e lascia ben trasparire le emozioni del personaggio. Il problema è invece che il Douglas Hall di Bierko non appassiona più di tanto e talvolta possiede una mimica bizzarra; le espressioni che dovrebbero far trasparire sconcerto e dubbio risultano al contrario quasi buffe a tratti e mal si adattano al tono solitamente dark e greve della vicenda. Gretchen Mol purtroppo non risulta mai incisiva nella vicenda o appassionante (oltre ad avere delle motivazioni a dir poco bizzarre), tanto da sembrare più uno strumento necessario per lo sviluppo della vicenda che altro. Va detto anche che nei 100 minuti della pellicola lo spazio dedicato all’approfondimento dei personaggi in modo da descriverne meglio il carattere è davvero poco, troppo poco per creare affezione: è divertente ad esempio che alcuni dei protagonisti descrivano Hall come “umano e compassionevole” quando in larga parte del film questi aspetti del carattere non si vedano granché. La trama è indubbiamente piacevole, raccontata in maniera dignitosa e ricca di questioni filosofiche riguardo all’esistenza, la realtà, l’anima ed i deliri di onnipotenza quindi non è difficile appassionarsene come nei riusciti mystery-movies, nonostante buchi di sceneggiatura o motivazioni zoppicanti dei personaggi; non ci sono da aspettarsi colpi di scena shockanti, certo, ma tutto regge per la durata dal film e non ci si annoia mai, un risultato non da poco per pellicole che affrontano tematiche fantascientifiche con piglio più lento, “realistico” e meno d’azione rispetto ai bombastici rivali.

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Fin da bambino Alex Baldassi è stato guidato da una insaziabile curiosità verso l'arte e la cultura. Adora immergersi nel profondo mare della scena artistica underground e riportare in superficie le migliori perle recenti ed i classici ingiustamente dimenticati, così come girare per i mercatini dell'antiquariato e scandagliare i negozietti alla ricerca di piccoli tesori nascosti qua e là. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne all'Università di Udine sta continuando gli studi in Giornalismo a Siena, collaborando nel frattempo alla webzine "Culto Underground" del suo amico Sagana dove si diletta a scrivere di musica, fumetti, film e videogiochi.
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