Recensione: Vaura – Selenelion (2012)

Buongiorno a tutti i nostri fedeli Cultisti, è arrivato il momento di una nuova recensione! E quale occasione migliore di una giornata come questa, segnata da un evento rarissimo come un’eclissi solare di ampia portata, per parlarvi di un disco che prende il nome dal fenomeno astronomico dell’eclissi di luna? Sto parlando di Selenelion, disco di esordio dei talentuosi Vaura!

INTRODUZIONE

Al giorno d’oggi i “supergruppi” sono una realtà ben radicata nel panorama musicale. Dal 1966, anno di nascita del primo esempio di questa categoria (i Cream di Clapton, Bruce e Baker), un grandissimo numero di gruppi formati da membri celebri di altre band sono nati seguendo le orme dei progenitori, alcuni raggiungendo una fama enorme (ad esempio gli Emerson, Lake & Palmer, Crosby, Still, Nash & Young, i Journey o i Foo Fighters), altri invece spegnendosi dopo solo una manciata di album a causa delle rivalità tra musicisti dalle personalità troppo forti (come gli Audioslave) o l’incapacità di portare innanzi un progetto condiviso da tutti (ad esempio i Velvet Revolver). Ovviamente anche nel metal ci sono stati degli esempi celebri di questo tipo di band, i quali hanno incontrato un maggiore o minore successo in base alla loro capacità di mettersi in gioco con una nuova formazione e di sperimentare nuove soluzioni artistiche impossibili da attuare nelle proprie band di appartenenza.
Che cosa ci si potrebbe quindi attendere dai Vaura, un gruppo che contiene al suo interno elementi di gruppi brutali e complessi come i Gorguts, di gruppi sperimentali ed astratti come i Kayo Dot e di un gruppo indie rock come i Religious to Damn? Quale alchimia sonora potrebbe fuoriuscire da un mix del genere, una riuscita contaminazione tra generi o un ben poco digeribile coacervo di elementi inadatti a convivere tra loro? Continuate a leggere e lo scoprirete!

LA BAND

Il nucleo principale del gruppo si forma a New York nel 2009 grazie all’incontro ad un concerto tra Kevin Hufnagel, chitarrista di Gorguts e Dysrhytmia, e Joshua Strawn, chitarrista e voce dei Religious to Damn oltre che di numerosi altri progetti tra il gothic rock ed il post-punk. Condividendo la passione per i Chameleon e le formazioni musicali sognanti e d’atmosfera dell’etichetta inglese 4AD ed allo stesso tempo per i gruppi metal della loro gioventù come gli Ulver ed i Black Sabbath, i due si trovano subito d’accordo sul cercare di comporre assieme musica che riesca ad unire l’atmosfera e le melodie del primo tipo di musica con lo sperimentalismo e le sonorità talvolta estreme del secondo. Decisamente interessato al nuovo progetto Kevin contatta l’amico e polistrumentista extraordinaire Toby Driver, la mente dietro a gruppi culto come i Kayo Dot ed i maudlin of the Well, il quale accetta di entrare nella band come bassista; dal canto suo Josh ottiene come batterista il suo vecchio compagno nei Religious… , Charlie Schmid, e finalmente i quattro possono mettersi a lavorare sulle demo che il cantante aveva già composto anni prima e che andranno a formare il disco d’esordio del gruppo, Selenelion. Nell’anno successivo esce The Missing per l’etichetta underground canadese Profound Lore, ponendosi come un più coeso ed oscuro “doppelganger” dell’opera precedente ma senza sacrificare le qualità che avevano reso l’album di debutto riuscito ed originale; al momento la band sta lavorando nei ritagli di tempo tra un progetto e l’altro dei quattro componenti al terzo album (il quale nelle intenzioni sarebbe quasi interamente acustico) continuando a dimostrare il loro costante desiderio di mettersi alla prova e di allargare i confini di un tipo di musica che evidentemente va loro molto stretto.

L’ALBUM

Selenelion (un termine che indica l’eclissi orizzontale della luna) è un disco insolitamente orecchiabile ma dalle sonorità decisamente complesse da spiegare: elementi del black metal come blast-beats e tremolanti riff di chitarra distorta si mischiano con arabeschi di melodie quasi “iridescenti”, ipnotiche e “fluide”; parti vocali sognanti ed atmosferiche di ispirazione pienamente post-punk si intrecciano con suoni elettronici e complessi arpeggi di chitarra acustica, creando un’atmosfera onirica e surreale (ma per nulla artificiosa o macchinosa) che potrebbe ricordare il post-rock. Come fossero pezzi di un gigantesco mosaico tutti i pezzi per quanto differenti tra loro vanno al loro posto creando una splendida immagine d’insieme che affascina e rapisce in un’altra dimensione. Per quanto l’etichetta affibbiata dai critici musicali alla band sia di post-black metal d’avanguardia il sound della band ricorda molto gruppi quali Cure, Fields of Nephilim o Sisters of Mercy, con solo i complessi riff dissonanti e qualche scream posizionato ad hoc nelle parti più distorte e aggressive a ricordare le influenze più estreme del gruppo. Il disco si apre mellifluamente con Souvenirs ed il singolo Drachma ma prende lentamente velocità con il crescendo di Emanation fino ad arrivare ad Obsidian Damascene Sun, che con i suoni distorti ed ipnotizzanti che caratterizzano l’intro suddivide quasi il disco in due parti a se’ stanti; a partire dalla successiva ed altrettanto aggressiva Uncreated Light (Transfiguration) il disco torna lentamente ai suoni più dolci dell’inizio, i quali raggiungono l’apice con l’acustica title-track e la canzone The Zahir, la quale chiude con garbo e raffinatezza il riuscitissimo album. Il talento dei componenti sono costantemente sotto lo sguardo (o per meglio dire, l’udito) dello spettatore: Kevin Hufnagel conferma una volta di più di essere un chitarrista tecnicamente mostruoso, capace di creare melodie cangianti e per nulla scontate e di essere fine e delicato quando necessario; Toby Driver crea delle linee di basso splendide, corpose e sempre perfettamente udibili (una caratteristica non da poco vista i numerosi strati delle composizioni presenti sul disco!), degne dei migliori gruppi progressive metal odierni; Charlie Schmid dietro le pelli dimostra di poter variare con facilità da passaggi spiccatamente “tribali” a drumbeats più punk o sfuriate di doppia cassa decisamente metal mentre la voce di Josh Strawn anche se “nascosta” da distorsioni elettroniche o da echi lontani riesce sempre ad essere adatta alla situazione, nelle parti più aggressive come in quelle più sognanti e malinconiche. La produzione di questo disco è pressoché perfetta, gli strumenti sono calibrati alla perfezione in modo da essere udibili molto bene nonostante la densità degli strati che possiedono le canzoni e la loro complessità strutturale; sotto il profilo prettamente letterario i testi scritti da Strawn sono molto vari e riguardano tra le altre cose la Cabala ebraica (En/Soph), le ossessioni incontrastabili che impediscono di pensare ad altro (The Zahir), i racconti di Jorge Luis Borges (Aleph) o l’erotismo (la title-track) e si presentano come poetici ed esotericamente oscuri, per nulla scontati o generici.

CONCLUSIONI

Per essere un disco di esordio di una band formata da artisti provenienti da differenti backgrounds che agiscono in un “campo musicale” non di propria competenza Selenelion è un ottimo disco, tanto sperimentale quanto melodico ed orecchiabile: un traguardo che non tutte le band progressive possono dire di raggiungere. La varietà di suoni e stili in bilico tra post-punk/alternative rock e avantgarde metal molto psichedelico permettono alla band di risultare appetibile ad un’ampia varietà di fan, da quelli dei Cure o dei Fields of the Nephilim a quelli di black metal più sperimentale come Alcest, Amesoeurs o Deafheaven, passando per Tool ed Isis. Questo disco è consigliato vivamente a chi come me adora la musica capace di far viaggiare la propria mente mentre la si ascolta, che non riesce proprio a dire di no alla melodia e non ha paura di mettersi in gioco con l’ascolto di qualcosa non sempre immediato e magari anche un po’ criptico: se rientrate in queste caratteristiche date una possibilità a questo disco e molto probabilmente non ne potrete più fare a meno!

LINK E CONTATTI

Il video di Obsidian Damascene Sun

Il video di Drachma

La pagina Facebook ufficiale

Voto: 8,0 / 10
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Fin da bambino Alex Baldassi è stato guidato da una insaziabile curiosità verso l'arte e la cultura. Adora immergersi nel profondo mare della scena artistica underground e riportare in superficie le migliori perle recenti ed i classici ingiustamente dimenticati, così come girare per i mercatini dell'antiquariato e scandagliare i negozietti alla ricerca di piccoli tesori nascosti qua e là. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne all'Università di Udine sta continuando gli studi in Giornalismo a Siena, collaborando nel frattempo alla webzine "Culto Underground" del suo amico Sagana dove si diletta a scrivere di musica, fumetti, film e videogiochi.
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